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Processo alla brigata di cucina
dopo il caso Noma
Il sistema della "brigata di cucina" scricchiola.
Inventato dallo chef francese Auguste Escoffier
a fine Ottocento, è una piramide militare nata
per Imporre la disciplina da caserma al caos dei
fornelli. Chef, subito sotto sous chef, cucina
organizzata in gruppi ("partite"), ciascuna con
capo partita e aiutanti, i commis.
Per un secolo ha garantito l'impossibile:
efficienza totale, qualità costante e tempi
chirurgici. Un ingranaggio perfetto che ha
trasformato I cuochi in popstar e I ristoranti
In mete turistiche In Italia, l'indotto dei
ristoranti stellati è esploso: dai 280 milioni
del 2016 agli oltre 430 milioni del 2024.
Ma dietro la facciata di successo, l'ambiente
dei grandi ristoranti resta duro e punitivo. Il
"segreto di Pulcinella" della violenza in cucina
è esploso con il caso Noma: le inchieste sugli
abusi e le durissime condizioni di lavoro hanno
costretto René Redzepl alla dimissioni dal suo
ristorante di Copenhagen, rendendo il dibattito
pubblico inevitabile.
la classica brigata di cucina è ancora il
modello organizzativo più adatto? Come si é
chiesto Pete Wells sul New York Times: è
possibile mantenere standard altissimi senza
gerarchie militari e metodi ottocenteschi?
Ho interpellato quattro chef di primo piano per
capire se esiste un'alternativa. Il primo mito a
cadere sotto i colpi del mio giro di telefonate
è quello dello chef-tiranno. Per Ciccio Sultano,
56 anni, imprenditore della ristorazione da 26,
anima del ristorante Il Duomo a Ragusa Ibla (2
stelle Michelin), con collaborazioni attive tra
Vienna (Pastamara al Riz-Carlton), Roma (Giano
al W Rome) e progetti con Autogrill, chi urla
tra i fuochi esibisce un fallimento. Gli
abusi non sono l'effetto perverso del modello "brigata",
ma un limite caratteriale del singolo chef, che
rivela una profonda insicurezza personale",
taglia corto Sultano. lo chef attribuisce al suo
team il 50% del successo di ogni suo progetto: "Senza
la brigata non sono nessuno".
Dello stesso avviso è Moreno Cedroni, pilastro
della ristorazione italiana da oltre 40 anni,
proprietario di Madonnina del Pescatore (2
stelle Michelin), Clandestino, Susci Sane dal
bistrot Anikò, tutti nelle Marche.
Cedroni preferisce la metafora dell'orchestra:
lo chef dirige, il sous-chef è il primo violino
e i capi partita sono i musicisti. Ma nega
l'approccio "militare": abusi e ambiente tossico
sono estranei al clima dei suoi ristoranti.
Si considera un pioniere dei benessere, perché
già 30 anni fa, nel periodo di massima affluenza
alla "Madonnina", aveva istituito due brigate
distinta (una per II pranzo e una per la cena).
Oggi garantisce due giorni di chiusura. "Si va
in 'merda' (gergo per il momento di massimo
stress) sia nell'osteria di paese che nel
ristorante stellato, quando i clienti arrivano
tutti Insieme, la pressione è la stessa". la
bravura dello chef moderno sta nei saper gestire
questi flussi, magari scaglionando le
prenotazioni. Il
costo economico del riposo
Però essere "umani" in cucina costa, e tanto.
Giacomo Sacchetto, chef del ristorante iris a
Verona (una stella Michelin), affranta la
questione con pragmatismo: trattare bene i
dipendenti non è solo un dovere morale, è un
risparmio. "Ridurre
il turnover e lo stress costa molto meno che
sostituire continuamente il personale bruciato
dai ritmi", osserva Sacchetto. La sua ricetta è
mettere al centro l'ospite, non le stelle
Michelin: se la squadra è motivata, gestisce
bene anche la pressione Ce ti mette ti voto di
una guida.
Però la realtà italiana sbatte contro il muro
delta pressione fiscale. Alessandro Rossi, che
guida la giovanissima brigata del Barbagianni a
Colle Val (già stella Michehn per 6 anni al
Gabbiano 3.0 di Marina di Grosseto), è il più
critico sui Conti: "in Italia, garantire orari
umani e riposi certi é quasi impossibile senza
buoni fatturati—.
Rossi osserva come una via d'uscita praticata da
alcuni sia il mena degustazione unico: una
sciata forte che razionalizza II lavoro e riduce
il carico di stress nervoso sul personale
il genio solitario è sopravvalutato
il cambiamento più concreto rispetto al modello
originale della brigata di cucina avviene però
durante le ore di calma, quando si decide cosa
finirà nei piatto.
Sultano tiene due riunioni al giorno di circa 15
minuti ciascuna (alle 12:15 e alle 19:15).
Partecipano tutti, dai cuochi ai camerieri, per
fare brainstorming e assaggiare i piatti, ognuno
è libero di criticare, proporre modifiche. Un
sistema di bonus economici in busta paga premia
chi propone l'idea che funziona.
Se partisse oggi con un nuovo ristorante nel
nome della sostenibilità lo chiamerebbe "Scarti",
e userebbe arredi di recupero pur di non
togliere un euro a materie prime e stipendi.
Anche Cedroni pratica la comunicazione costante:
dalla "preghiera" (Il briefing quotidiano) ai
vertici settimanali dove l'ascolto della sala è
fondamentale. è proprio il cameriere,
sottovalutato nelle gerarchie ottocentesche, a
dover intercettare l'errore prima che arrivi al
cliente. Ciliegina sulla torta: un mese l'anno
dedicato alla ricerca creativa di nuove idee e
nuovi piatti condivisi con tutto li team.
Ma dare spazio a tutti rivela anche ombre.
Alessandro Rossi nota una difficoltà
generazionale: nonostante lo spazio concesso
nelle riunioni al Barbaganni, i giovanissimi
faticano a essere originali. "C'è una tendenza a
rifugiarsi In idee o piatti già visti sui
social", osserva Rossi. La sfida allora cambia:
spingere i suoi ragazzi fuori dalla comfort zone
di un'estetica preconfezionata.
Dopo il caso Noma l'alta cucina è o un bivio.
Ciccio Sultano definì il fine dining come una
scelta di vita radicale, che trascina con sé "una
dose necessaria di pressione e sacrificio'. Sono
le "farfalle nello stomaco" che precedono ogni
servizio, quei misto di adrenalina e ansia da
azione che tiene in piedi il sistema. |
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