Carta d'identità:

nome: Capsicum annuum Linneo

famiglia: solanacee

parenti: tabacco, patata, pomodoro, melanzana, mandragora.

 

cosa contiene:

cento grammi di peperoncino contengono: sostanze estrattive non azotate 30%; sostanze azotate 15%; cellulosa 20%; olio fisso 12,5%; olio essenziale 1,12%; ceneri 5%; capsicina, capsanina, capsantina, sostanze aromatiche, lecitina, Vitamina C, acido malonico, vitamina PP, vitamina E, vitamina K2, Vitamina A, sali di potassio, rame, quercitina, esperidina, erodietina, un colorante carotinoide rosso.

Come si vede una vera e propria miniera di sostanze utili all'organismo umano.

Di fondamentale importanza la vitamina C.

Particolare interessante: il peperoncino e il vegetale che ne contiene di più in assoluto. Cinque volte di più degli agrumi. E non ci sono paure di eccessi. La vitamina C, solubile in acqua, non viene accumulata dall'organismo che elimina con le urine le quantità superflue.

La vitamina A e essenziale per la "funzione proteica" cioè l'assimilazione delle proteine. La vitamina E ha funzione protettiva generale e dei tessuti in particolare. Da non dimenticare infine l'importanza della lecitina, preziosa per l'elasticità delle arterie e l'abbassamento del colesterolo nel sangue.

In questo piccolo frutto sono presenti tutte le principali vitamine.

Quello ungherese, per esempio, e una vera « bomba» di vitamina C. Tale elevato contenuto ha favorito gli studi del ricercatore ungherese Szent Gvorgyi sull'acido ascorbico (vitamina C), per cui nel 1937 gli fu assegnato il premio Nobel.

Per il grande apporto vitaminico un po' di peperoncino andrebbe sempre aggiunto alle nostre pietanze, possibilmente a cottura terminate, così da preservare le vitamine sensibili al calore (termolabili) come appunto la vitamina C.

1) Vitamina A: il peperoncino ne è un generoso dispensatore e il suo uso quotidiano ci mette al riparo da subdole carenze. In una dieta carnea la vitamina A è indispensabile, perché favorisce il metabolismo, la fissazione e 1'utilizzo degli amminoacidi delle proteine.

2) Vitamina E: questa vitamina svolge nell'organismo una funzione antitossica. Inoltre, essendo liposolubile, entra facilmente all'interno della struttura cellulare della pelle, ostacolando quei fenomeni di ossidazione che la danneggiano e la invecchiano anzi tempo.

3) Vitamina C: in tutti i momenti in cui il nostro organismo e più debole ed esposto abbiamo bisogno di vitamina C per sostenerne 1'attività di difesa tramite i globuli bianchi. L'acido ascorbico rinforza anche le pareti dei capillari nella circolazione venosa periferica. Il peperoncino ne è un eccezionale dispensatore: cento grammi di prodotto secco contengono centoventi milligrammi di vitamina C.

4) Vitamina K: e una vitamina definita antiemorragica per 1'azione coagulante che svolge nel sangue e per un'azione meccanica che stimola e accelera la cicatrizzazione dei tessuti.

5) Vitamina PP: nel peperoncino essiccato molte vitamine si distruggono, ma non la vitamina PP, che ha la caratteristica di durare nel tempo. Presiede all’elasticità capillare, svolgendo un’efficace azione di irroramento delle parti periferiche del corpo.

 

Spezia dei poveri:

Il peperoncino è un ortaggio. Da sempre però e stato usato come spezia. In Europa lo ha portato Cristoforo Colombo che i Reali di Spagna finanziarono convinti che dai suoi viaggi sarebbero arrivati nuove qualità di spezie, merce rarissima e allora assai richiesta.

Sul diario di bordo della prima spedizione di Colombo, Bartolomeo de Las Casas scriveva: "La spezia che essi mangiano e abbondante e più importante del pepe nero...". Era peperoncino e quelli che lo mangiavano erano gli indigeni del nuovo mondo. Il destino del "diavolillo" era già segnato. Proprio come spezia si sarebbe diffuso e affermato in tutto il mondo. Il successo arrivò ma non ci furono i risultati economici che si aspettavano. Il peperoncino, facilmente coltivabile dappertutto, si acclimatò benissimo in Europa. Non fu più necessario importarlo e il business cadde sul nascere. Cosi mentre Spagna, Portogallo, Olanda e Inghilterra litigavano per accaparrarsi le "spezie" vere e proprie che crescevano solo nei paesi di origine, il peperoncino, che attecchisce anche in un vaso sul davanzale, imbocca una strada tutta sua. Diventa subito la spezia dei poveri, di tutti quelli che non potevano permettersi le costosissime spezie orientali. I popoli ricchi, non lo apprezzarono. Fu bandito dalle tavole aristocratiche e anche moralisti e puritani lo avversarono considerandolo eccitante e il “suscitatore di insani desideri". Con la cucina povera invece fu amore a prima vista. Il peperoncino dava sapore a cibi che non ne avevano, conservava la carne quando i frigoriferi non c'erano, con le sue proprietà disinfettanti era di aiuto alle popolazioni dei paesi caldi. Niente business ma un destino popolare e democratico che in poco tempo diffonde il peperoncino soprattutto fra le popolazioni povere con regimi alimentari monotoni e carenti di proteine. Col peperoncino i Messicani insaporivano le tortillas, gli Africani la manioca, gli Asiatici il riso. In Italia le regioni meridionali e in speciale modo la Calabria hanno reso vivace e gradevole la loro cucina povera, vegetariana, fatta di ingredienti umili e di pochissima carne. Con la loro fantasia hanno creato autentici gioielli gastronomici e 1'amore a prima vista e diventato amore eterno. Tanto che oggi parliamo di "Peperoncino Quality Calabria".

I volatili, a differenza dei mammiferi, non sono sensibili all'effetto piccante del peperoncino; questo perché la sua sostanza irritante, come abbiamo già ripetuto, la capsaicina, agisce su uno speciale recettore nervoso che gli uccelli non possiedono. Per questo motivo il peperoncino risulta essere un alimento prediletto dagli uccelli, in quanto è una ricca fonte di vitamina C e carotene, molto utili durante la muta del piumaggio. In cambio, i volatili,  contribuiscono alla diffusione dei semi, sia mentre consumano il peperoncino, sia tramite le feci; infatti questi semi riescono a passare indenni attraverso l'apparato digerente. Si pensa che questa particolarità abbia contribuito a rafforzare l'idea della capsaicina come sostanza protettrice.

 

Controindicazioni:

 dopo tanto trionfalismo e bene porre un limite alle capacita del Capsicum, considerandone anche le controindicazioni. Il peperoncino non e assolutamente adatto per chi soffre di acidità di stomaco (ipercloridria), proprio perche stimolerebbe la secrezione di acido cloridrico, già prodotto in eccesso dallo stomaco. Devono andare cauti con il peperoncino anche gli ulcerosi e tutti quelli che soffrono di gastroenteriti, anche se in alcuni casi, dopo un iniziale peggioramento, si e riscontrato un miglioramento. Vale invece per tutti, sani e ammalati,l'avvertenza che 1'abuso e 1'eccesso possono provocare irritazioni alle mucose gastrointestinali e infiammazioni renali, che nei casi più gravi degenerano in lesioni permanenti dei reni. Reazioni secondarie dell'abuso di peperoncino si manifestano con diarrea e vomito. Si deve porre molta attenzione anche nell'uso esterno del peperoncino: sono sufficienti le mani sporche di Capsicum o della sua polvere per irritare violentemente gli occhi, la bocca, le mucose e le pelli più delicate. Una quantità eccessiva di peperoncino posta a contatto con la pelle, provoca scottature, vesciche e ulcerazioni.

Attenzione, dunque: il peperoncino non e da prendere alla leggera; e effettivamente attivo e forte.

 

Varietà:

 Quanti peperoncini ci sono? Come si chiamano? Sono queste le domande più ricorrenti che fanno gli appassionati cultori del "Capsicum". E sono queste le domande che più di tutte mettono in crisi. Perche dare risposte e praticamente impossibile. Nessuno mai e riuscito a classificare tutti i peperoncini che ci sono nel mondo e le specie e le varietà che conosciamo.

Intanto è già complessa, difficile e incompleta la classificazione iniziale.

Sono molto diffusi gli incroci fatti dall'uomo e ancora più diffusa l'impollinazione incrociata per opera degli insetti che per nutrirsi di nettare si spostano da una varietà all'altra trasportando il polline e dando vita a nuove tipologie con caratteri morfologici intermedi e innovativi. A completare la confusione si aggiungono poi i nomi diversissimi che vengono dati sul posto, spesso nomi di fantasia oppure nomi legati alle parlate locali. Gli studiosi comunque concordano nell'individuare le cinque specie maggiormente usate per la coltivazione. Capsicum annuum. E' la più importante e la più diffusa. E stata oggetto di grande attenzione da parte dell'uomo che l'ha utilizzata con selezioni ed incroci. Si chiama annuum perché è a ciclo annuale. A questa specie appartengono molte varietà fra le quali il Capsicum abbreviatum, facuminatum, il fasciculation, il cerasiforme e il bicolor.

Il Capsicum baccatum è una specie trovata allo stato selvatico nella zona a ridosso delle Ande. La varietà è apprezzata per la piccantezza e il sottile bouquet ma stranamente non ha avuto una larga diffusione. Attualmente è diffusa soprattutto in India e in Messico ed e in grado di adattarsi molto bene alle condizioni climatiche del Mediterraneo. Vi appartiene la varietà penduliun.

Anche il Capsicum frutescens ha il suo habitat in India dove cresce come pianta perenne. Descritta già da Linneo non ha avuto grande diffusione. Molto simile e il Capsicum chinense. Una specie originaria della zona dei Caraibi, che può diventare perenne. Vi appartiene l'habanero unanimemente considerato il peperoncino più piccante del mondo.

Infine il Capsicum pubescens. Descritto per la prima volta nel 1794 solo dai primi anni ottanta sta avendo un po’ di attenzioni. Morfologicamente è un po’ diverso dalle altre specie. La pianta è più bassa e con un portamento cespuglioso. Si caratterizza con un gran numero di sottospecie tra le quali il Capsicum Eximium, il Cardenasi, e il travarii. La coltivazione richiede tempi lunghi e i frutti molto carnosi, si deteriorano velocemente. In ogni caso è la specie più tollerante al freddo perché la sua zona di origine sono gli altopiani delle Ande.

CAPSAICINA
Nessun composto meglio della capsaicina (CPS) esemplifica come i confini tra cibo e farmaci siano indistinguibili. Con il 25% della popolazione umana che consuma ogni giorno peperoncini rossi piccanti, è il più importante agente farmacologico che introduciamo con la nostra dieta. Lo studio del suo sapore piccante ha dato il via ad una ricerca multidisciplinare che recentemente ha condotto alla scoperta di recettori vanilloidi (TRPVs). Questi canali ionici sono coinvolti nella termo- e chemo-sensazione meccanica ed il loro malfunzionamento è implicato nell'infiammazione neurogenica ed in alcuni casi anche in altre condizioni patologiche.

BREVE STORIA DEL CAPSICUM
Il peperoncino è originario delle Americhe. Gli Aztechi lo chiamavano "chili", nome che viene ancora utilizzato nell'America Latina, mentre il Vecchio Mondo, dopo la scoperta dell'America, lo chiamò "pepe rosso", in virtù del sapore
piccante che lo avvicinava al pepe nero (Piper nigrum). Il Capsicum venne introdotto in Europa e la prima immagine della pianta venne riportata da Leonard Fuchs un medico-botanico che la descrisse nel suo erbario nel 1542.

LA CAPSAICINA E I CAPSAICINOIDI
Il nome latino (Capsicum) venne dato alla pianta dal botanico francese de Tournefort per ragioni non ben chiare. Il nome latino Capsicum sembra derivi da "capsa", cioè scatola, per la particolare firma del frutto che ricorda
proprio una scatola con dentro i semi; oppure dal greco "kapto" che significa mordere, con evidente riferimento al piccante che “'morde" la lingua quando si mangia.
Il peperoncino piccante, come tutti i peperoni, appartiene alla famiglia delle Solanacee. Le piante che ne fanno parte contengono tutte alcaloidi che hanno (chi più chi meno) effetti particolari sul sistema nervoso dell'uomo. Alcune sono vere e proprie piante medicinali come la belladonna, lo stramonio, il giusquiamo, il tabacco. Altre più "normali", come la patata, il pomodoro, la melanzana fanno parte della nostra alimentazione quotidiana.
La famiglia delle Solanacee è molto numerosa. Comprende 85 generi e almeno 2.200 specie. Uno degli 85 generi è il Capsicum al quale appartiene il peperoncino rosso piccante.
Le proprietà biologiche del peperoncino sono una scoperta solo per il mondo moderno, visto che l'uso non culinario di questa spezia era già noto agli Incas, che usavano bruciare del peperoncino secco per tenere lontano gli Spagnoli, consapevoli che il fumo rendeva temporaneamente ciechi gli avversari. D'altro canto, negli Stati Uniti, spray contenenti capsaicina vengono usati come armi di difesa per la persona. Le popolazioni native americane usavano tra l'altro preparare delle gomme contenenti peperoncino da masticare in caso di mal di denti e questa proprietà anestetica del peperoncino veniva anche usata nel 1800 per un sollievo immediato in caso di mal di denti. Come vedremo in seguito tutti questi usi popolari sono oggigiorno provati e sono alla base dell'uso terapeutico della capsaicina.

BIOSINTESI DELLA CAPSAICINA
La capsaicina è un alcaloide o più precisamente un protoalcaloide, in quanto pur provenendo biogeneticamente da aminoacidi non incorpora un eterociclo azotato. La sua biosintesi prevede come precursori la fenilalanina e la valina. La biosintesi dell'anello aromatico segue la via dei fenilpropanoidi partendo dalla fenilalanina e arrivando all'acido ferulico. Questo attraverso un processo di degradazione conduce alla formazione della vanillina che per transaminazione viene trasformata in vanillilamina. La biosintesi della porzione grassa deriva, invece, dalla valina come mostrato nello Schema 2. In questo caso la biosintesi rientrerebbe nella sintesi degli acidi grassi, in cui però l'unità starter non sarebbe una comune unità di AcCoA, ma, appunto, la valina. Le due porzioni verrebbero quindi assemblate a dare l'amide finale. L'accumulo dei capsaicinoidi è associato specialmente ad una particolare fase dello sviluppo di un singolo organo della pianta, il frutto. Mediante osservazioni istologiche e istochimiche, Otha nel 1962 dedusse che gli organi secretori dei capsaicinoidi erano localizzati nella placenta e nel setto dei frutti del Capsicum." Iwai confermò che la placenta è il sito d'accumulo dei capsaicinoidi nel frutto del peperoncino attraverso esperimenti con traccianti in vivo." Confrontando l'incorporazione della DL-[3-14C]-fenilalanina nelle molecole di capsaicinoidi durante l'incubazione con vari organi isolati di Capsicum annuum, Iwai e collaboratori osservarono che la radioattività del capsaicinoide era molto più alta nella placenta e nel pericarpo ad ogni fase, suggerendo che la biosintesi del capsaicinoide avviene appunto nella placenta. In ulteriori studi, Suzuki e collaboratori, esaminarono la struttura cellulare della placenta con un microscopio e osservarono che alcuni cambiamenti morfologici avvenivano nel tessuto epidermico della placenta durante la maturazione.
Inoltre sono stati osservati numerosi granuli di capsaicina elettrondensi alla microscopia elettronica sia in piccole vescicole che nei vacuoli delle cellule epidermiche della placenta prima d'essere secreti nel ricettacolo. Queste cellule sembrano, quindi, essere il sito d'accumulo dei capsaicinoidi. La localizzazione degli enzimi necessari per la biosintesi dei capsaicinoidi è anche coerente con la placenta come sito di biosintesi. Così, un componente (la chetoacil sintasi, I(AS) del complesso acido grasso sintasi (FAS) è stato recentemente messo in evidenza nell'epidermide placentare del frutto di peperoncini rossi mediante immunolocalizzazione. Per determinare la localizzazione subcellulare dei capsaicinoidi, hanno isolato protoplasti della placenta dal frutto piccante. Mediante centrifugazione a gradiente di densità e microscopio elettronico, essi hanno mostrato che i capsaicinoidi sono localizzati in una frazione del gradiente corrispondente ai vacuoli. Sono così giunti alla conclusione che i capsaicinoidi sono localizzati per la maggior parte nelle vescicole o vacuoli delle cellule epidermiche della placenta. Successivamente, Zamski e collaboratori, hanno studiato la sintesi e la traslocazione dei capsaicinoidi nelle cellule capsaicinoidi-secernenti. Essi hanno osservato che i capsaicinoidi sono sintetizzati all'interno dell'intimo compartimento del reticolo endoplasmatico, migrano attraverso tutto il citoplasma in poche vescicole, e si uniscono con il plasmalemma. La cuticola di queste cellule si stacca dalle pareti durante questo processo, formando una cavità subcuticolare dove i capsaicinoidi s'accumulano nella fase di maturazione."

LA CAPSAICINA ED I CAPSAICINOIDI (2)
La capsaicina è stata per la prima volta isolata nel 1846, strutturalmente elucidata nel 1919, e per la prima volta sintetizzata nel 1930. La capsaicina è il prototipo della classe di composti detti appunto capsaicinoidi. Questi sono tutti amidi di acidi a C9 o C11 e della vanillilamina. Le maggiori differenze fra i diversi capsaicinoidi è nella lunghezza della catena laterale, nella presenza o meno di doppi legami, nel punto di ramificazione e nella piccantezza. Molti di loro sono pungenti, ma ci sono anche capsaicinoidi non piccanti, come la w-idrossicapsaicina. Inoltre è stato trovato un gruppo di sostanze non piccanti capsaicinoidi-simili, chiamati capsinoidi." I capsinoidi hanno la stessa catena laterale dei capsaicinoidi, ma la parte aromatica è derivata dall'alcool vanillico invece che dalla vanillilamina, sono quindi, degli esteri La sensazione pungente è causata dall'effetto diretto della capsaicina e dei suoi analoghi sui recettori del dolore nella bocca e nella gola. Storicamente, la misura dell'aroma piccante nell'industria alimentare è stata valutata mediante il test organolettico di Scoville. Questo test usa un insieme di cinque individui che valutano un campione di peperoncino e poi indicano il livello del sapore piccante. Un campione è poi diluito finché il sapore piccante non può più essere avvertito. Se un composto ha indice di Scoville pari a 50.000, significa che l'estratto alcolico deve essere diluito di 50.000 volte affinché non si avverta più la sensazione di piccantezza. Con il rapido progresso della strumentazione analitica, sono stati sviluppati molti altri metodi per superare il tradizionale metodo sensoriale e per determinare obiettivamente i capsaicinoidi. La separazione e la determinazione quantitativa dei capsaicinoidi è stata raggiunta con differenti metodi, ma le attuali tecniche preferite sono basate sulla liquida ad alta prestazione (HPLC) o sulla gas (GC), sola o accoppiata alla spettrometria di massa. Nel caso dell'analisi per HPLC, la più utilizzata, i frutti del peperoncino vengono seccati e macinati. Quindi vengono estratti i capsaicinoidi responsabili del sapore pungente e l'estratto così ottenuto iniettato per l'analisi. In questo modo non solo si può calcolare la concentrazione dei capsaicinoidi presenti, ma si può anche verificare il tipo di capsaicinoidi presenti nella droga. Nel Capsicum annum il contenuto totale di capsaicinoidi va dallo 0.1 all'1%, e la capsaicina e la deidrocapsaicina sono in genere in rapporto 1:1. Nel Capsicum frutescens il contenuto totale è dello 0.4-1% ed il rapporto è di 2:1. L'HPLC determina la concentrazione in ppm di capsicinoide presente nella droga. La correlazione fra i dati dell'HPLC e l'indice di Scoville viene effettuata moltiplicando per 15 le ppm determinate.

LA CAPSAICINA NELLA PIANTA
Il significato biologico della capsaicina nella pianta è stato argomento di discussione per molto tempo. Recentemente, Tewksbury e Nabhan hanno provato un ruolo ecologico per la capsaicina. Essi hanno scoperto che i frutti selvatici dal sapore pungente del Capsicum nel sud Arizona sembrano essere consumati esclusivamente dagli uccelli. Inoltre, in un esperimento di laboratorio, mammiferi del luogo, per esempio il topo del cactus (Peromyscus eremycus), rifiuta di consumare i frutti dal sapore pungente del Capsicum annuum, preferendo i frutti dal sapore non pungente derivati dal C. chacoense. E' da notare che i semi del peperoncino che transitano attraverso l'intestino di alcuni di questi mammiferi non germogliano, ma nel caso di alcuni uccelli (Toxostoma curvirostris) non sono stati osservati effetti negativi sulla germinazione. Questi autori hanno dimostrato anche altri vantaggi per la salute dalla dispersione dei semi del peperoncino dagli uccelli. Gli uccelli depositano i semi del peperoncino in posti appropriati per la germinazione, la crescita, la maturazione dei frutti e la loro dispersione. In questi posti le piante di peperoncino sono state protette da diverse specie di arbusto da frutto anch'essi dispersi anche dagli uccelli. I peperoncini rossi crescendo sotto tali arbusti subiscono meno danno dagli insetti ai loro frutti immaturi ed hanno una più efficiente dispersione dei frutti sani di quelli che crescono in altri posti. Infine, deve essere notato che gli uccelli non sono sensibili ai capsaicinoidi, a causa delle caratteristiche dei loro recettori vanilloidi. Tutti questi fatti chiariscono un ruolo della capsaicina nella dispersione dei semi del peperoncino, allontanando animali (i mammiferi) che non sono buoni
disperdenti, ma favorendone altri come gli uccelli.
Gli uccelli depositano i semi del peperoncino in posti appropriati per la germinazione, la crescita e la maturazione dei frutti. Crescono protetti da arbusti nati da semi dispersi anch'essi dagli uccelli.

CONCLUSIONI
Nonostante le ricerche sulla capsaicina vadano avanti da oltre un secolo, questa molecola è tuttora il composto lead più versatile per l'induzione e la modulazione della bioattività. Questo capsaicinoide ha fornito l'ispirazione per la scoperta di nuovi potenti agonisti e antagonisti TRPV1 aprendo la strada allo sviluppo di nuovi composti mirati a contrastare l'infiammazione neurogenica per desensitizzazione o antagonismo farmacologico di TRPV1. La capsaicina non è il solo composto antinfiammatorio di origine dietetica ritenuto clinicamente valido né il solo agonista TRPV1 che la cucina piccante ha fornito alla ricerca biomedica. Un'indagine sul database "Drugs of the Future" ha mostrato altri esempi di lead dietetici studiati quali agenti antinfiammatori (luteolina, quercetina, acido salicilico, curcumina) mentre il sesquiterpene dialdeidico poligodiale, l'alcaloide piperina ed il fenolo prenilato scutigerale sono esempi d'attivatori TRPV1 non capsaicinoidi d'origine dietetica. Se le piante alimentari contengono tale ricchezza di composti biologicamente attivi, allora c'è una seconda faccia della medaglia riguardante la scarsezza di varietà di piante nella dieta moderna. La dieta occidentale è basata su poche piante "civilizzate" riprodotte per rendimento e sapore piuttosto che per varietà biochimica e ciò ci rende un po' più poveri. Infatti la nostra dieta viene così farmacologicamente impoverita, essendo privata di una moltitudine di "quasi vitamine" che la nostra fisiologia ha evoluto per farci essere quello che siamo. Cibo ricco di grassi e zuccheri, grandi porzioni e annunci pubblicitari persuasivi, hanno cambiato la nostra dieta in modo che l'impatto sulla salute è difficile da studiare attraverso un rigoroso esperimento scientifico. Il che sarebbe, comunque utile. La conoscenza delle piante alimentari è rapidamente svanita e le tradizioni culinarie locali sono rapidamente diventate "esotiche". Non è necessario viaggiare al tropico per notare una grande perdita della biodiversità. Sarà sufficiente uno sguardo nel nostro piatto.

Interessante studio dell'università di Firenze datato 2010 .pdf

COLTIVAZIONE IN VASO

Molte varietà di peperoncino si prestano bene ad essere coltivate in vaso. 
Per avere piante in buona salute, è necessario fornire loro, periodicamente, un adeguato concime, liquido o granulare, preferibilmente per piante da orto.
Altrettanto importante è eseguire un'opportuna potatura, alla ripresa vegetativa. 
La potatura annuale, infatti, assicurerà  una buona vigoria della pianta ed un'elevata produzione di frutti.
I tagli devono essere effettuati appena al di sopra dei nodi, utilizzando forbici ben affilate. 
A seconda delle esigenze dalla pianta, si dovrà scegliere un diverso tipo di intervento: 

la potatura leggera

la potatura media

la potatura drastica.  

1. La potatura leggera è ideale per piante ben lignificate, di cui si vuole alzare l'altezza progressivamente.
Si esegue spuntando appena  i vari rami (disegno a).

 2. La potatura media è adatta alla maggior parte delle piante. Favorisce uno sviluppo armonioso ed una buona vigoria.
Per attuarla, si tagliano i rami lasciando da un terzo alla metà dell'altezza originaria (disegno b). 
 3. La potatura drastica serve, invece, alle piante molto danneggiate (disseccate o gelate).
Ha lo scopo di ricostruire la pianta, stimolandola a sviluppare nuova vegetazione.
Si esegue eliminando tutti i rami danneggiati e lasciando solo poche gemme al di sotto dei punti di taglio (disegno c).
Dopo la potatura è bene evitare di innaffiare per aspersione, per qualche giorno. Infine è raccomandabile effettuare un trattamento a base di rame, allo scopo di disinfettare le ferite.

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